Introduzione al Salmo 58
Salmo 58: il grido contro la giustizia corrotta
Il Salmo 58 è uno dei salmi imprecatori più intensi del Salterio, appartenente alla categoria dei miktam davidici (come i Sal 56-60). Pone una domanda teologicamente scomoda: perché chi è preposto al giudizio amministra iniquità? "È davvero giustizia quella che parlate, o figli dell'uomo? Giudicate rettamente voi, figli d'Adamo?" (v. 2). Il salmo non si accontenta di denunciare la corruzione umana: interpella Dio come giudice supremo che può e deve intervenire.
Struttura e genere
Il Salmo 58 si articola in tre sezioni. La prima (vv. 1-5) è la denuncia: i giudici umani sono corrotti, la loro ingiustizia è come veleno di serpente, il loro udito è chiuso come quello dell'aspide sordo. La seconda (vv. 6-9) è una serie di imprecazioni roboanti e poetiche contro i malvagi: che i loro denti si spezzino, che si disperdano come acque, che si dissolvano come lumache, che non vedano mai il sole. La terza (vv. 10-12) è la risposta del giusto: il trionfo finale della giustizia divina sarà riconoscibile e il giusto si rallegrerà quando vedrà la vendetta divina.
I "figli dell'uomo" come classe giudicante
Il versetto 2 si rivolge ai bene adam — figli d'Adamo — identificati con i giudici umani. Nella tradizione biblica il giudice ha una responsabilità sacrale: amministra la giustizia di Dio sulla terra (Dt 1,17: "il giudizio appartiene a Dio"). Tradire questa responsabilità è un atto di idolatria — porre la propria volontà o il proprio interesse al posto della volontà divina.
Il versetto 3 afferma che i malvagi sono tali "dalla nascita", "dal grembo si smarriscono nel menzogna". Questa non è una dottrina di predestinazione alla cattiveria ma l'osservazione che la corruzione si radica nell'educazione precoce. La Mishnah Avot 2,4 insegna: "Non fidarti di te stesso fino al giorno della tua morte" — la cattiveria è una possibilità insita nella libertà, non un destino inevitabile. Il Talmud (Sanhedrin 37a) valorizza al massimo il singolo giudizio giusto: "Chi salva una sola vita è come se salvasse un mondo intero".
L'aspide sordo: impossibilità del dialogo
I versetti 4-5 descrivono i malvagi come "aspide sorda che si tura le orecchie, che non sente la voce degli incantatori, del mago più abile". L'immagine è pregnante: non si tratta di ignoranza ma di scelta deliberata di non ascoltare. L'aspide potrebbe essere incantata ma sceglie di non farlo. Questa sordità volontaria è il massimo dell'impermeabilità al bene. Sul piano letterario usano immagini dissolutive: denti spezzati, acque che scorrono via, erba calpestata, lumaca che si scioglie, feto non giunto alla luce. Sul piano teologico non sono vendetta personale ma petizione al giudice universale: il salmista non si fa giustizia da sé ma chiede a Dio di manifestare la sua giustizia contro i potenti che la calpestano.
Il Talmud (Yoma 22b-23a) discute se sia lecito odiare il malvagio: la conclusione è che si può "odiare" l'iniquità ma si deve continuare ad amare la persona. Il Sifrà su Levitico 19,17-18 commenta la regola "non odierai nel cuore il tuo fratello" estendendo la proibizione anche al nemico, ma riservando la possibilità di denunciare pubblicamente l'ingiustizia — cosa che il Salmo 58 fa con potenza.
La giustizia come struttura cosmica
Il versetto 12 è la chiave ermeneutica: "L'uomo dirà: sì, c'è un frutto per il giusto; sì, c'è un Dio che giudica sulla terra". La giustizia non è un ideale utopico ma una realtà strutturalmente inscritta nel cosmo dal Creatore. Quando Dio interverrà, la sua giustizia sarà riconoscibile. Il tzaddik — il giusto — non è semplicemente chi evita il male, ma chi si fida della giustizia di Dio anche quando il male sembra trionfare.
Giudicare con la Propria Misura e la Protezione del Mondo
Il Salmo 58 chiede giustizia contro i malvagi giudici ("giudicate con rettitudine i figli dell'uomo?", v. 2) e invoca il giudizio di Dio come unica istanza autentica. La Mishnah Avot 2:4 offre due ammonimenti di Hillel che illuminano il salmo: "Fai la sua volontà come la tua volontà, affinché egli faccia la tua volontà come la sua", e ancora: "Non separarti dalla comunità, non fidarti di te stesso fino al giorno della tua morte, non giudicare il tuo compagno finché non sei giunto al suo posto (ad she-tagia li-mekomo)". Il salmista denuncia i giudici che giudicano gli altri senza essere tamim davanti a Dio: il loro problema è precisamente l'autoconfidenza che Hillel proscrive "fino al giorno della morte".
La tradizione tannaitica conserva un profondo rispetto per la dimensione nuziale: Berakhot 6b sviluppa il tema dell'importanza di rallegrare lo sposo e la sposa come precetto positivo, mentre Berakhot 17a evoca il banchetto messianico come festa dei giusti con la Shechinah. Midrash Tehillim 45 offre una lettura messianico-elettiva del salmo: i figli di Korach, che apparivano «come spine» perché immersi tra le spine, furono in realtà shoshanim — gigli scelti dal Santo, benedetto sia, prima del fuoco che divorò la congregazione (Nm 16:35), prefigurando il popolo eletto strappato al giudizio. Il Targum Tehillim 45 esplicita la lettura messianica: «la tua bellezza è dovuta alla beltà del Re Messia».o è come una coppa rotonda"*), applica il versetto al Sanhedrin: esso "siede nell'ombelico del mondo" ed è "scudo (magen) su tutto il mondo intero". La giustizia vera, insegna il Talmud, non distrugge ma protegge: l'immagine di coppa e ventre di grano contro cui le nazioni non possono aprire brecce. Il grido del Salmo 58 contro i giudici iniqui non chiede vendetta, ma il ritorno del giudizio alla sua funzione cosmica originaria: riparo e tzedakah per chi è oppresso.